QUELLA VOLTA IN CUI HO RISCHIATO LA PELLE A JOHANNESBURG, SUD AFRICA

Ho parlato spesso dell’esperienza SudAfricana vissuta a Johannesburg quasi due anni fa. Di seguito voglio soltanto riportarvi quello che è scritto nel mio primo libro, pubblicato lo scorso Novembre.

“I primi passi in città sono molto esitanti ma la mia guida personale sa il fatto suo, si vede da come si muove, dalle persone che lo salutano con rispetto mentre passiamo.

“Dove stiamo andando di preciso? Sei sicuro che posso fotografare tranquillo, bro’?”

“Ma per chi cazzo mi hai preso ragazzino? Questa è la mia città non devi preoccuparti. Muovi quel culo bianco e seguimi, stammi vicino che non sei visto benissimo.”
Appunto questo intendevo, non sono visto benissimo ed un bianco con reflex al collo non si vede molto spesso da queste parti. Sto attirando tutta l’attenzione su di me. C’è chi ride, chi continua a fissarmi indispettito, chi mi indica rivolgendosi ai propri figli da un autobus. Non posso esser tranquillo, neanche mantenendomi il più possibile vicino a Msa. Ad un tratto vediamo un gruppo di signori vestiti con delle gonne tipiche, parlare tra di loro sul lato opposto della strada.

“Tieni pronto quell’aggeggio ragazzo, si va in scena.”
Nel giro di qualche minuto tutti gli uomini indispettiti sono in fila: aspettano soltanto che io faccia il mio lavoro. Il capobranco borbotta qualcosa in uno slang che ovviamente non riesco a comprendere.
Scatto in tutta fretta, appena finisco ringrazio animatamente e distolgo il mio sguardo da loro.

Ma con chi sono uscito in strada? Un gangster? Un artista? Un pazzo che mi sta portando chissà dove? A volte mi chiedo come mai io segua sempre l’istinto, ma ormai sono qua, nel bel mezzo della quiete domenicale in pieno centro a Johannesburg.
Non posso tornare indietro e forse non voglio neppure. Camminiamo per altri dieci minuti, poi girato l’angolo, ci troviamo in una piazza immensa piena di fumi, saranno più o meno le dodici.
Abbasso lo sguardo e noto una quantità assurda di siringhe che ci danno il benvenuto. Persone sdraiate in terra come rifiuti, uno sopra l’altro fatti di chissà quale droga, pieni di chissà quale dolore per esser finiti in una situazione del genere.
In tutto questo, cosa facevo io li?
Un fighetto con al collo una reflex.
Cerco lo sguardo di Msa che sembra tranquillo, come se certe situazioni avessero sempre fatto parte della sua vita. Non era così per me: un senso di vertigini penetra il mio corpo, faccio fatica a respirare. La paura si sta prendendo gioco di me in maniera diretta, senza mezze misure.

Vorrei urlare ma la voce non esce, è bloccata dentro.

Continuo a cercare Msa e nel mentre rubo qualche foto senza farmi vedere.

Cazzo. Un tipo alto, magrissimo, con un cappello di lana in testa, i vestiti tutti strappati e sporchi, si sta avvicinando.

20 metri: continua a camminare verso di me, senza perdermi di vista un secondo, sento che non vuole offrirmi delle patatine o invitarmi a casa per pranzo.
10 metri: mi guarda, mi fissa intensamente, sento di essere la sua preda. Msa se n’è accorto, meno male si è messo in mezzo. Che cazzo di intenzioni ha questo?

5 metri: vedo qualcosa sotto il maglione, ecco ci siamo.
Da dove cazzo sbuca questo coltello enorme? Vuole la macchinetta fotografica, come biasimarlo?
Ripensando adesso a quei momenti il cuore impazza di nuovo. Sono stati i 10 minuti più lunghi della mia vita.
Riuscivo a stento a capire cosa stesse accadendo. Il sole negli occhi, una piazza irreale intorno, colma di siringhe e zombies. Avevo visto scene del genere soltanto nei video games, mentre adesso era la mia realtà e non sapevo se ne sarei uscito incolume.

Msa prende una bottiglia rotta da terra e, con una calma indicibile, inizia a parlare al tipo in slang. Io resto dietro di lui senza capire molto.
E se scappassi? pessima idea. Intorno a me solo desolazione, tristezza, persone abbandonate ad un destino orribile.

Non so se uscirò da questa piazza, se lo farò con le mie gambe.

In quei momenti il tempo si muove decisamente ad un’intensità diversa, sai che la luce può spegnersi proprio sul più bello e non sei più tu a decidere, aspetti soltanto di vedere l’evoluzione degli eventi.

“Andiamo ragazzo, muoviamoci.”
Le mie orecchie hanno udito bene, stiamo per andarcene?

“Motherfucker ti ho detto di andare cazzo o vuoi stare ancora qua?”
Riprendo il controllo del corpo ed inizio a camminare, questo estraneo si è preso cura di me, avrebbe potuto esser d’accordo e lasciarmi li, dividere il bottino e ciao. Invece no, sapeva come comportarsi e aveva messo la sua vita tra la mia e quella dell’aggressore. In una situazione del genere sarebbe potuto succedere di tutto ma lui non aveva esitato.
La mia vita in quei 10 minuti era cambiata di nuovo.
Avevo centomila domande sulla sua vita, volevo sapere tutto di lui, di come era cresciuto ed in che condizioni viveva da bambino…
Avrei voluto sapere del Sudafrica durante l’Apartheid.
Non feci alcuna domanda, sembravo un bambolotto che riusciva a malapena a muovere i piedi per camminare, niente di più.
Molto spesso penso che potrei chiamarlo, sarei curioso di sapere che cosa sta combinando ma ogni volta decido di non assecondare questo mio desiderio.
È come se dentro di me sapessi che un giorno o l’altro lo rincontrerò e finalmente riuscirò a sdebitarmi come si deve.

Le sorprese non erano ancora terminate.
“Che ti pare di questo disegno?”
Davanti a noi un enorme elefante arcobaleno che osserva un mondo simile alla terra, tutto intorno nero cupo.
“Questa è una mia creazione ragazzo, in città sono conosciuto, è la mia passione. Nessuno ti regala niente, non ci sono genitori che ti parano il culo se qualcosa va storto, la vita è tua! Più sei cazzuto e più ti rispettano.”

Esattamente quello che pensavo. Proprio io, che per ogni problemino ero sempre attaccato al telefono a chiedere consulto ad amici e parenti, adesso mi trovavo in questa situazione. Solo, senza che nessuno sapesse dove mi ero ficcato. Se fossi morto non avrei avuto il tempo di dirlo a nessuno, sarei morto da solo. Quando questi pensieri per la prima volta affiorano nella mente, inconsciamente la percezione della vita inizia a cambiare: la morte non è più una cosa così lontana da te e fa anche meno paura.

Stefano cresceva in maniera esponenziale. L’Africa mostrava in maniera cruda come affrontare problemi reali, come affrontare la vita e anche come poter contare solamente su se stessi, sulla forza interiore di cui ognuno è in possesso ma che molto spesso preferisce non usare.
Stavo iniziando in piccola parte a fidarmi dell’Universo. Mi sentivo osservato, anche lui stava iniziando a capire che si poteva fidare.
Ero pronto a tutto quello che mi avrebbe voluto regalare, a tutto ciò che sarei stato capace di fare in questo mondo. Iniziavo a capire sulla mia pelle l’importanza della parola “condivisione” e quanto sia bello far fuoriuscire il proprio carattere, limitandolo il meno possibile.
Ognuno di noi dovrebbe conoscersi al punto di assecondare quello che è il proprio compito nel mondo, la propria leggenda personale, la connessione tra cuore e mente. Fare qualcosa che ti permetta di essere nel flusso, dato che molto spesso ci costringono a vivere una vita controcorrente.

“Adesso arriviamo a casa mia ragazzo, li non dovrai più temere niente, puoi stare tranquillo. Ti sei cagato eh, è normale, se sei nessuno qua non vivi.”
“Eccoci arrivati italiano, benvenuto nella mia Johannesburg.” Sono emozionato. Odore di brace nell’aria, una donna appoggiata alla ringhiera controlla l’entrata, se non sei uno del ghetto stai fuori.

Ghetto? Nel mio secondo giorno in Sud Africa ho già rischiato la vita e sto per entrare in un ghetto in pieno centro con l’amico di una vita Msa. Le mezze misure non mi sono mai piaciute.

Una volta entrato, tutta l’attenzione è rivolta verso di me. Chi sta cuocendo carne si ferma paralizzato, chi sta bevendo birra resta con il bicchiere sulle labbra. Tutti girano la testa in base ai miei spostamenti, come avessi la lucina rossa di mille mirini puntati nel centro del petto.

Provo ad essere il più disinvolto possibile.
Dopo essermela vista così brutta nella piazza, il sentirmi al centro dell’attenzione non mi da troppo fastidio: sono con una persona con i contro cazzi. Adesso capisco come si sente un ragazzo di colore quando entra in un luogo pieno di bianchi.

In molti chiedono perché sono lì, qualcuno non è felice di vedermi nel suo habitat ma nessuno, dico nessuno, è minaccioso. Msa vale più di centomila autorizzazioni scritte.
Dopo un inizio titubante, in ognuno adesso vince la curiosità. A turno si avvicinano facendo qualsiasi tipo di domanda: “da dove vieni? Cosa fai nella vita? Che ci fai con Msa?”.

“Viaggio per il mondo immortalando momenti, proprio come oggi.”Detto questo la curiosità aumenta, vogliono tutti vedere la mia attrezzatura e farsi ritrarre in qualche scatto.
Alcuni ragazzi iniziano a mostrarmi le loro automobili super tamarre con grande orgoglio, nel giro di un’oretta sono diventato la loro attrazione domenicale, il loro giocattolino.
Marijuana, birra e carne, basta chiedere ed ho quello che voglio.

Il sole se ne va salutando una giornata indimenticabile, la stanchezza piano piano si sta impossessando di me.”

BELLO VEDERE L’EVOLUZIONE FOTOGRAFICA DI QUESTI ANNI. 🙂

Che dite, vi è piaciuto questo racconto? Tra pochi giorni finalizzeremo il contest in maniera tale da permettervi di partecipare.

Per chi volesse acquistare il libro, qua trovate il LINK.

Buona domenica amici. Io sono sul divano con la febbre.

Stefano Lotumolo
In viaggio dal 2015, con l'obbiettivo di stare in contatto col mondo.
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